Balbuzie: cause genetiche e psicologiche

La balbuzie colpisce circa il 2% della popolazione mondiale, e quasi un milione di italiani sono colpiti da questa sintomatologia. La balbuzie riguarda particolarmente il sesso maschile, con un rapporto di 7 a 1, anche se negli ultimi anni la percentuale femminile sta aumentando. Analizziamo le cause genetiche e psicologiche della balbuzie.

Nella maggioranza dei casi la balbuzie compare tra i 3 e i 7 anni. Può comparire in età pre-puberale (10-12 anni), e solo in casi rari potrebbe manifestarsi in età adulta dopo un evento traumatico.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce questo complesso sintomo nel seguente modo: “La balbuzie è un disordine nel ritmo della parola, nel quale il paziente sa con precisione ciò che vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo a causa di involontari arresti, ripetizioni o prolungamenti di un suono.”
Tale definizione ben sottolinea l’intreccio della componente psicologica con una difficoltà dell’articolazione del sistema linguistico. Il soggetto sa con precisione cosa vorrebbe dire e nell’intenzionalità di esprimersi, non riesce a coordinare i centri motori del linguaggio con i centri che organizzano la struttura linguistica.
La complessità, la profondità e la poliedricità del sintomo balbuzie, viene esplicitata dal DSM IV (Manuale di psichiatria – Criteri diagnostici), che situa la patologia nell’area dei Disturbi nell’infanzia, fanciullezza o adolescenza, definendola:
“A) Un’anomalia del normale fluire e della cadenza dell’eloquio, (inadeguati per l’età del soggetto) caratterizzata dal frequente manifestarsi di uno o più seguenti elementi: 1. ripetizioni di suoni e sillabe; 2. prolungamento di suoni; 3. interiezioni; 4. interruzioni di parole (cioè, pause all’interno di una parola); 5. blocchi udibili o silenti ( cioè pause del discorso colmate o non colmate); 6. circonlocuzioni (sostituzioni di parole per evitare parole problematiche);7. parole emesse con eccessiva tensione fisica; 8. ripetizione di intere parole monosillabiche (per es., “O-O-O-O fame”).

B) L’anomalia di scorrevolezza interferisce con i risultati scolastici o lavorativi, oppure con la comunicazione sociale.

C) Se è presente un deficit motorio della parola o un deficit sensoriale, le difficoltà nell’eloquio vanno al di là di quelle di solito associate con questi problemi”

La balbuzie è caratterizzata da una momentanea incapacità d’iniziare l’eloquio o dall’interruzione della parola. Spesso è accompagnata da spasmi tonici, clonici o misti, che possono interessare qualsiasi parte dell’apparato del linguaggio: respirazione, fonazione, risonanza ed articolazione (Bassi A. e Cannella S., 1968)
Per U. Galimberti (1999), la balbuzie è un disturbo del linguaggio, detto anche disfemia, che si manifesta con involontarie esitazioni, rotture, blocchi, e ripetizioni; nei casi più gravi il sintomo assume un carattere spasmodico.
Altri autori definiscono la balbuzie come un disturbo del comportamento psicomotorio (Rossi-Giberti, 1983), in cui la difficoltà d’espressione verbale interessa la regolarità e il ritmo della muscolatura fono-respiratoria.

Senza perderci in una miriade di definizioni, siamo sempre più convinti che la balbuzie, per la sua complessità e profondità, ancor prima di esser definita come disturbo del linguaggio sia essenzialmente una “sindrome”, o meglio una “costellazione di sintomi” , che coinvolge la persona a più livelli: psicosomatico, affettivo, sociale, lavorativo o scolastico, comportamentale, famigliare.

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