3 studi sulla balbuzie genetica, dal NIDCD (The National Institute on Deafness and Other Communication Disorders)

1.Quali ricerche vengono condotte sulla balbuzie? Una ricerca sui geni

Gli scienziati del NIDCD (The National Institute on Deafness and Other Communication Disorders)  

hanno identificato quattro possibili geni (GNPTAB   GNPTG   NAGPA   AP4E1)  responsabili della balbuzie che tende a manifestarsi geneticamente nelle famiglie di tutto il mondo. Tutti questi geni (segmenti di DNA) contengono il codice di una specifica proteina. Proteina che è indirizzata a sua volta, in uno o più tipi di cellule che sono presenti nel nostro organismo.

 Questi deficit, che i vari elementi non raggiungano la loro giusta posizione all’interno della cellula. sono una causa recentemente riconosciuta di molti disturbi neurologici. I ricercatori stanno ora studiando come questo difetto nel traffico cellulare porti a deficit specifici nella fluenza del linguaggio.

Gli scienziati stanno inoltre utilizzando strumenti di imaging cerebrale come la PET (tomografia a emissione di positroni) e la risonanza magnetica funzionale per studiare l’attività cerebrale nelle persone che balbettano.

Imaging: insieme di procedure attraverso le quali è possibile conoscere, esplorare, esaminare e monitorare una precisa area del corpo umano, non visibile dall'esterno, attraverso delle immagini.

 I ricercatori finanziati dal NIDCD stanno anche utilizzando l’imaging cerebrale per esaminare la struttura del cervello e i cambiamenti funzionali che si verificano durante l’infanzia che differenziano i bambini che continuano a balbettare da quelli che si riprendono dalla balbuzie. L’imaging cerebrale potrebbe essere utilizzato in futuro come un modo per aiutare a curare le persone che balbettano. I ricercatori stanno studiando se i pazienti che balbettano possono imparare a riconoscere, con l’aiuto di un programma per computer, specifici modelli di linguaggio che sono collegati alla balbuzie e ad evitare di utilizzare tali schemi quando parlano.

Ultimo aggiornamento 6 marzo 2017.

2.Lo studio NIH sui topi identifica il tipo di cellula cerebrale coinvolta nella balbuzie

I ricercatori ritengono che la balbuzie derivi da problemi nei circuiti cerebrali che controllano il linguaggio, ma non si sa esattamente come e dove si verifichino questi problemi nel cervello.

Utilizzando dei topi come modelli di balbuzie, precedentemente modificati con una mutazione del gene umano collegata alla balbuzie, (Gene GNPTAB) presentavano lunghe pause nei loro flussi vocali, in qualche modo simili a quelle riscontrate nel linguaggio delle persone con la stessa mutazione. Come le persone che balbettano, i topi erano normali in tutti gli altri aspetti, rafforzando una ricerca precedente che suggerisce che i topi possono servire come modello animale valido per le caratteristiche importanti di questo disturbo.

Gli scienziati, seguendo lo studio che si erano prefissati, riferiscono inoltre che, esaminando il tessuto cerebrale dei topi, si è riscontrata una diminuzione, una perdita di cellule chiamate astrociti (non di altri tipi di cellule) rispetto ai topi senza la mutazione. Si denota quindi, che la dimunizione di questo tipo di cellula nel cervello, è associata alla balbuzie.

Gli astrociti sono cellule principali costituenti del sistema nervoso insieme ai neuroni. Sono chiamati così perché, visti al microscopio, sono a forma di stella, e svolgono una funzione nutritiva e di sostegno per i neuroni, isolandoli e proteggendoli da lesioni.

La perdita di astrociti nei topi mutanti, era più evidente nel corpo calloso, una parte del cervello che collega i due emisferi.

Nel corpo calloso (l’area del cervello che permette agli emisferi destro e sinistro di comunicare) di topi ingegnerizzati con una mutazione umana della balbuzie (pannello inferiore), ci sono meno astrociti, indicati in verde, rispetto ai topi normali (pannello superiore).

Inoltre, utilizzando metodi avanzati di risonanza magnetica (MRI), i ricercatori hanno rilevato una riduzione del volume locale del corpo calloso, nonostante i valori normali della risonanza magnetica del tensore di diffusione, fornendo un ulteriore supporto alla scoperta di un difetto in questa regione del cervello.

Contenendo ben 200 milioni di fibre nervose, il corpo calloso consente la comunicazione tra l’emisfero destro e quello sinistro del cervello, aiutando a integrare i segnali per i processi che coinvolgono entrambi gli emisferi, come la coordinazione fisica e l’uso del linguaggio

Precedenti studi di imaging hanno identificato differenze nel cervello delle persone con balbuzie evolutiva  rispetto a quelle che non balbettano. Alcuni di questi studi hanno rivelato problemi strutturali e funzionali nella stessa regione cerebrale del nuovo studio sui topi.

“L’identificazione dei cambiamenti genetici, molecolari e cellulari alla base della balbuzie ci ha portato a comprendere la balbuzie persistente come un disturbo cerebrale”, ha dichiarato Andrew Griffith, M.D., Ph.D., direttore scientifico del NIDCD.

“Gli studi di imaging cerebrale sulle persone che balbettano sono importanti, ma questi risultati possono portarci solo fino a un certo punto”, ha detto Dennis Drayna (Dottore presso la sezione di Genetica dei Disturbi della Comunicazione). Una sfida, ha detto, è che gli studi di imaging non riescono a capire se le differenze contribuiscono alla balbuzie o sono un effetto della balbuzie. – Con un approccio genetico, siamo stati in grado di iniziare a decifrare la neuropatologia della balbuzie, prima a livello molecolare, identificando le mutazioni genetiche, e ora a livello cellulare”.

Se le ricerche future confermeranno che la balbuzie nelle persone con mutazioni GNPTAB deriva da una perdita di astrociti nel cervello, i risultati potrebbero aprire le porte a nuove strategie terapeutiche per alcune persone con balbuzie persistente in fase di sviluppo, mirando alle vie molecolari e alle cellule associate.

Ultimo aggiornamento: 19 Agosto 2019.

3. Sezione sulla genetica dei disturbi della comunicazione

Nella Sezione di Genetica dei Disturbi della Comunicazione dell’istituto NIDCD ,abbiamo utilizzato metodi genetici basati sulla famiglia e sulla popolazione per identificare i geni responsabili dei disturbi della comunicazione umana, in particolare della balbuzie. Abbiamo studiato gli effetti biochimici e cellulari di queste mutazioni e abbiamo utilizzato sistemi modello di topo per studiare gli effetti di queste mutazioni sulle vocalizzazioni ultrasoniche dei topi. L’obiettivo a lungo termine del nostro lavoro è stato quello di identificare specifiche patologie neuronali causate da queste mutazioni.

Abbiamo studiato famiglie in cui molti individui balbettano. Gli studi di linkage genetico possono identificare la posizione del gene o dei geni responsabili della balbuzie in queste famiglie. Abbiamo arruolato un ampio gruppo di famiglie in Pakistan, dove i matrimoni tra cugini sono comuni. Ognuna di queste famiglie presenta più casi di balbuzie e i nostri studi di linkage genetico hanno identificato i principali segnali di linkage, che indicano diversi geni causali, sui cromosomi 12, 3 e 16.

Linkage genetico (geni associati): Si definiscono geni associati i geni che appartengono ad un gruppo di associazione, ovvero che sono localizzati sullo stesso cromosoma e che non segregano indipendentemente.
I cromosomi sono strutture all'interno delle cellule che contengono i geni di una persona. I geni sono contenuti in cromosomi, che hanno sede nel nucleo cellulare

Abbiamo anche identificato una grande famiglia di lingua inglese in Camerun, nell’Africa occidentale, in cui la balbuzie è presente in più di 40 membri della famiglia. Gli studi di linkage in questa famiglia hanno dimostrato che la balbuzie è dovuta a diversi geni, ognuno dei quali agisce in un ramo diverso della famiglia. Questi geni sono localizzati sui cromosomi 2, 3, 14 e 15. Studi su famiglie balbuzienti del Brasile hanno identificato un altro locus, sul cromosoma 10, che porta un gene della balbuzie in questa popolazione.

Studi sul locus del cromosoma 12 hanno identificato mutazioni causali nel gene GNPTAB e ulteriori studi hanno identificato mutazioni causali nei geni correlati GNPTG e NAGPA. Insieme, questi tre geni sembrano essere responsabili fino al 15% dei casi di balbuzie negli Stati Uniti e in altre parti del mondo.

Gli studi sul locus del cromosoma 15 nella famiglia camerunese hanno identificato mutazioni nel gene AP4E1, che codifica parte di un complesso coinvolto nel traffico di componenti all’interno delle cellule. Ulteriori studi hanno dimostrato che il prodotto del gene NAGPA interagisce con il complesso AP4 e quindi tutti i geni della balbuzie identificati finora rivelano deficit nel meccanismo che le cellule utilizzano per spostare i componenti nella loro giusta posizione all’interno della cellula.

 Le mutazioni in AP4E1 sembrano essere responsabili fino al 5% dei casi di balbuzie nelle popolazioni mondiali.

Abbiamo eseguito esperimenti attraverso topi portatori di mutazioni che causano la balbuzie negli esseri umani. Come gli esseri umani portatori di queste mutazioni, questi topi sono normali in tutti gli aspetti finora misurati, tranne che per le sottili differenze nelle loro vocalizzazioni ultrasoniche. Abbiamo usato queste linee di topi per cercare di identificare le cellule del cervello che mediano questa vocalizzazione anomala.

I nostri studi si sono concentrati anche sulla percezione del gusto e sull’uso del tabacco, in particolare di quello aromatizzato. Abbiamo studiato le varianti nei geni che codificano i componenti del macchinario umano per la percezione del gusto, compresi i geni che codificano i recettori del gusto, per valutare l’ipotesi che tali variazioni genetiche siano associate all’uso di tabacco mentolato o all’uso di tabacco in generale. L’uso di tabacco al mentolo mostra un’ampia divergenza tra i diversi gruppi etnici negli Stati Uniti e abbiamo cercato di determinare se le forti differenze etniche potessero essere spiegate da differenze geneticamente codificate nella percezione del gusto.

Ultimo aggiornamento: 6 settembre 2019.

Sforzarsi per un trattamento migliore
Il Dott. Drayna, che da allora si è ritirato dal NIH e continua a servire come scienziato emerito, spera che un giorno i ricercatori capiranno abbastanza su ciò che sta accadendo a livello cellulare e molecolare in modo da poter sviluppare una migliore terapia per la balbuzie.
Nel frattempo, incoraggia coloro che balbettano a cercare un logopedista per chiedere aiuto.
"La balbuzie può essere una condizione difficile da trattare, ma molti logopedisti sono altamente qualificati e hanno molti strumenti". Il Dott. Drayna consiglia di cercare un logopedista  specializzato in balbuzie.

Balbuzie: cause, disagio e nuove vie terapeutiche con la neurostimolazione

La terapia della balbuzie dovrebbe basarsi su un intervento di logopedia sulle aree deficitarie del linguaggio, aggiungendo un intervento psicologico

La balbuzie colpisce circa l’1,5% della popolazione mondiale, e quasi un milione di italiani balbetta.

Messaggio pubblicitario La balbuzie riguarda particolarmente il sesso maschile, con un rapporto di 4 a 1, anche se, negli ultimi anni, la percentuale femminile è in costante aumento.

Nella primissima infanzia il 5% dei bambini è affetto da disfluenza, ed entro i 6 anni l’80% della popolazione guarisce spontaneamente, con una percentuale di 4 bambini su 5 (Yari & Ambrose, 1999). Le femmine tendono a guarire con una maggiore frequenza rispetto ai maschi, e questo sottolinea come il maschio possa essere più vulnerabile nell’evoluzione psicolinguistica.

Nella maggioranza dei casi, la balbuzie compare tra i 3 e i 7 anni. Può comparire anche in età pre-puberale (10-12 anni), e solo in casi rari potrebbe manifestarsi in età adulta dopo un evento traumatico, anche se ciò non è attualmente dimostrabile attraverso la letteratura scientifica.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce questo disturbo del linguaggio nel seguente modo:  “La balbuzie è un disordine nel ritmo della parola, nel quale il paziente sa con precisione ciò che vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo a causa di involontari arresti, ripetizioni o prolungamenti di un suono”.

La definizione ben sottolinea la mancanza di coordinazione tra i centri motori deputati al linguaggio ed i centri cognitivi che formulano la frase. I centri motori non seguono di necessità la formulazione del linguaggio. Tale mancanza di coordinazione viene esacerbata in particolari situazioni sociali, soprattutto quando alla persona con balbuzie viene richiesta una perfomance verbale.

Per Büchel & Sommer (2004) esistono due tipi di disfluenze:

  • balbuzie inerente allo sviluppo, definita “balbuzie primaria“, che compare tra due e cinque anni di età, senza cause apparenti e/o evidenti problematiche a livello del sistema nervoso centrale;
  • balbuzie inerente allo sviluppo persistente, definita “balbuzie secondaria”.

Nella balbuzie quindi si riconoscono degli “indici primari” (ripetizioni di suoni, sillabe, parole o frasi, blocchi silenziosi o prolungamento dei suoni), che si differenziano dalle disfluenze fisiologiche e tipiche di molti bambini all’inizio del loro percorso di apprendimento linguistico.

Si notano poi degli “indici secondari”, che sono meccanismi di evitamento su base psicogena, che si manifestano successivamente all’insorgenza della balbuzie. In questo caso, il balbuziente si troverà ad esempio a cambiare la parola su cui balbetta, a modificare continuamente la sintassi o la grammatica della frase, oppure cercherà di evitare situazioni o persone che sollecitano angoscia da prestazione.

Quando questi accorgimenti non funzionano, la persona con balbuzie si troverà ad esacerbare i blocchi con sincinesie (movimenti involontari del corpo), o con l’interruzione totale della parola (blocco tonico). A causa degli “indici secondari”, la persona con balbuzie sviluppa un linguaggio “protettivo”,  ovvero cercherà di parlare il meno possibile. Questo comportamento nell’arco degli anni potrà provocare altre problematiche, quali per esempio diminuzione della capacita semantica, sintattica e grammaticale, con difficoltà anche nella codifica della lettura a voce alta.

Per ciò che concerne gli studi italiani su tale materia, nel 1906 compare la prima pubblicazione di Antonio Sala dal titolo “Cura della balbuzie e dei difetti di pronunzia”. Dagli anni ‘60 in poi, a livello mondiale ci sarà un vasto proliferare di testi, e già nel 1950 lo statunitense Charles Van Riper conteggiava circa 8.000 lavori scritti in materia.

Secondo Kidd et al. (1981) all’interno di tale disordine è rinvenibile una predisposizione genetica che rimanda ad un problema organico di base, ma solo a partire dal 1997 la scienza ha effettuato i primi passi per isolare il gene della balbuzie.

Messaggio pubblicitario Da un punto di vista linguistico, Pellowski & Conture (2005) sostengono che la disfluenza sia dovuta ad una diminuita capacità sintattica e semantica rispetto ai soggetti normofluenti. Si potrebbe quindi ipotizzare che le alterazioni rinvenute a livello genetico possano determinare una serie di alterazioni strutturali e funzionali, evidenti a livello del sistema nervoso centrale, alterando la capacità di elaborare correttamente i piani linguistici e quelli motori complessi, quali per esempio quelli necessari per la corretta realizzazione del linguaggio (si veda Etchell et al., 2018, per una esaustiva e recente revisione della letteratura).

Partendo da questi presupposti, la terapia quindi dovrà riguardare gli “indici primari” (in altre parole concerne la balbuzie dal punto di vista funzionale), intervenendo sulle aree deficitarie del linguaggio mediante la logopedia, preferibilmente aggiungendo un intervento psicologico proteso a ridurre i meccanismi di evitamento che esasperano il blocco.

Secondo molti ricercatori è necessario intervenire precocemente sul bambino: il trattamento dovrà essere proposto già al di sotto dei sei anni, prima che il soggetto in età evolutiva si confronti con la realtà scolastica, senza inutili attese che potrebbero facilitare il passaggio ad una balbuzie secondaria.

Nella comorbidità del bambino è facile rilevare solitamente la presenza di altri disturbi motori, così come la presenza di altri disturbi specifici dell’apprendimento (dislessia), dell’attenzione ed iperattività. Nell’adulto con balbuzie è possibile anche rilevare alcune patologie di tipo psichiatrico, quali per esempio Disturbi Dell’Umore (depressione), Disturbo d’ansia, Disturbo Ossessivo Compulsivo e Disturbi di Personalità.

Infatti, diversi ricercatori sottolineano che spesso nell’adulto balbuziente si sviluppa un disturbo d’ansia specifico (Pravesh Arya & Geetha 2013), che s’innesca dalle esperienze negative scolastiche e sociali collegate al disturbo.

Compatibilmente, la quasi totalità degli adolescenti e degli adulti con balbuzie presenta frequente angoscia e fobia sociale.

Per questo motivo, specialmente negli adulti e nei casi più severi, la balbuzie potrebbe diventare gravemente invalidante: la ricerca di Klein & Hood (2004), effettuata su un campione di 232 persone con balbuzie in età adulta, ha messo in luce che oltre il 70% delle persone esaminate è del parere che la disfluenza interferisca negativamente sulla loro qualità di vita, ove il 20% del campione ha addirittura rifiutato un lavoro o una promozione a causa del disturbo.

Per ciò che concerne la terapia, la balbuzie è definita da molti operatori del settore come “la bestia nera della logopedia”, essendo una patologia mal compresa e poco trattata. In alcune regioni del nostro Paese, come nel sud Italia e nelle isole, diventa veramente difficile trovare una struttura pubblica che si occupi di persone con balbuzie.

Nel sistema pubblico la cura della disfluenza è riconosciuta solo per i soggetti in età evolutiva, mentre adolescenti ed adulti devono spesso ricorrere a centri privati. Nel nostro Sistema Sanitario Nazionale, dopo circa un anno o due di attesa, il bambino con balbuzie viene preso in carico dall’età di 6/7 anni con la somministrazione di un trattamento logopedico, a cui si può aggiungere un intervento psicologico.

In ambito privato, oltre alla presenza di una serie di professionisti sanitari validi che hanno dedicato la loro vita professionale alla cura della balbuzie, partendo da solide basi teoriche e scientifiche, ci troviamo molte volte alle prese con una “comunicazione mediatica selvaggia”, i cui contenuti possono essere basati su evidenze non scientifiche e non dimostrate, e soprattutto, non soggetti ad un controllo attento da parte delle autorità competenti.

Tutto il campo della terapia della balbuzie andrebbe perciò normato, dal tipo di pubblicità fino agli attori deputati alla riabilitazione, che dovrebbero essere operatori sanitari (medici, psicologi e logopedisti) che abbiano acquisito un’evidente esperienza nel trattamento della balbuzie.

Infatti, questo disturbo è un problema serio che va sempre trattato con cautela, sulla base di una diagnosi logopedica, foniatrica, neuropsichiatrica e psicologica.

Una procedura che tenga conto solo della balbuzie in quanto tale, senza considerare il quadro psicologico del soggetto, potrebbe determinare anche un peggioramento della sintomatologia con effetti collaterali.

La balbuzie è un problema di tipo multifattoriale, che abbraccia l’aspetto logopedico, psicologico e somatico, e quindi di necessità l’approccio terapeutico dovrebbe prevedere una metodologia multidisciplinare, in grado di sollecitare tutte le variabili comunicazionali.

La balbuzie non si può curare in tempi brevi: nella letteratura scientifica non esistono forti evidenze a favore di interventi che assicurano risultati istantanei; onde per cui è sempre meglio affidarsi nelle mani di professionisti accertati, che possano seguire il paziente nel tempo, verificandone i progressi.

In questo contesto, anche il contributo della ricerca scientifica è fondamentale per proseguire nella comprensione e nel miglior trattamento del disturbo. Anche in Italia, come in ambito internazionale, sono vari i filoni di ricerca impegnati nello studio della balbuzie, che stanno provando a tradurre le evidenze riscontrate in nuove proposte da sperimentare in ambito terapeutico.

Per esempio, nel nostro Paese, presso il Laboratorio di Balbuzie e Logopedia dell’IRCCS San Camillo di Venezia è attivo il Dott. Pierpaolo Busan (psicologo) che sostiene come la balbuzie possa essere il risultato di una serie di erronei processi di programmazione motoria, da ascrivere principalmente al non corretto funzionamento di un complesso circuito cerebrale cortico-striato-talamo-corticale, che comprende strutture quali i gangli della base e l’area supplementare motoria. Tale circuito è responsabile del corretto apprendimento motorio e del suo corretto recupero, funzione fondamentale per l’esecuzione di sequenze motorie complesse quali per esempio quelle collegate al linguaggio. La persona con balbuzie sembrerebbe perciò non riuscire ad attivare e a controllare nella maniera più funzionale tali circuiti cerebrali, favorendo perciò la comparsa delle disfluenze. Intervenire direttamente su tali processi potrebbe aiutare nel controllare con maggiore efficacia il disturbo.

A tal riguardo, il progetto di ricerca avviato presso l’IRCCS San Camillo di Venezia, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Tecnologia (sede di Ferrara), sta cercando di verificare l’utilità di un protocollo di neuromodulazione non invasiva (tramite l’utilizzo di stimolazione elettrica transcranica) per migliorare l’attività del circuito cortico-striato-talamo-corticale e della corteccia motoria, in modo da potenziare l’efficacia di un intervento più classico (logoterapia) sulla fluenza verbale della persona affetta da balbuzie.

L’obiettivo di questo progetto di ricerca è perciò quello di implementare nuove modalità di intervento da affiancare alle terapie già esistenti, in modo da migliorarne l’efficacia (per maggiori informazioni al riguardo contattare l’indirizzo mail pierpaolo.busan@ospedalesancamillo.net).

In conclusione, la balbuzie è un problema complesso e, come tale, il trattamento di questo disturbo richiede una sempre migliore comprensione delle sue caratteristiche e delle sue cause. Di conseguenza, un approccio di tipo multidisciplinare, che richiede una piena collaborazione tra clinica e ricerca, ma anche delle Istituzioni atte a normare questo campo di intervento, è oggi più che mai necessario per individuare nuove vie di intervento per migliorare la qualità di vita delle persone affette da questo problema.
Per saperne di più: https://www.stateofmind.it/2021/06/balbuzie-neurostimolazione/


Fonte:: https://www.stateofmind.it/2021/06/balbuzie-neurostimolazione/

Respiro, voce e incontro

Nell’era della connessione permanente a internet, dei tablet, dei device sempre più sofisticati e dei social network, ci dimentichiamo di una “luce” ritmica che va e viene nel corpo, di un compagno silenzioso e (si spera) molto fedele: il respiro.

L’aria che entra ed esce dai polmoni può essere oggetto di interesse da parte dell’uomo della strada?  Che banalità, si dirà; cosa ci importa, in fondo? C’è e basta: la si utilizza e finisce lì. Ma siamo sicuri di doverla trascurare? Io sono convinto di no, perché un  piccolo viaggio nel  respiro ci aiuterà a scoprire una parte profonda e imprescindibile di noi stessi, a  connetterci (senza wi-fi questa volta!) con ciò che siamo, fin nei nostri più intimi recessi.  

In fondo, respirare  è la funzione primaria dell’organismo: ragioniamoci un istante anziché scaricare l’ennesima App dalla rete.  Dunque, si incamera ossigeno per far vivere le cellule del nostro corpo e si espelle dal corpo l’anidride carbonica in  eccesso (una sorta di gas di scarico). L’assenza di tale meccanismo si traduce nel passaggio dalla vita terrena all’altro Mondo, cioè si passa dalla vita alla  morte.  Per questo motivo, finché la nostra curiosità ci assiste, forse è il caso di puntualizzare alcuni sintetici aspetti, foss’anche solo per amore del sapere.  

L’inspirazione è una fase attiva, morbida e dolce. Il diaframma si abbassa e massaggia i visceri per far spazio all’espansione polmonare. L’espirazione a riposo è invece una fase completamente passiva, ove il diaframma risale e la gabbia toracica ritorna alla posizione di partenza.

Ma non tutti utilizzano la respirazione in modo corretto.

Il diaframma, il re dei muscoli, l’eroe della respirazione profonda, è sottoutilizzato, a favore di una respirazione toracica, più superficiale.

I logopedisti e gli osteopati sostengono che la sua giusta valorizzazione in termini operativi porterebbe molta più salute nelle nostre case. Inoltre, chi dice respiro, dice voce; chi dice voce, dice anima, spirito, essenza di ciò che si è.

Il respiro è aria sonorizzata dalle corde vocali. In principio era il Verbo, ci dice il primo verso del Vangelo di Giovanni. La voce, strumento meraviglioso tra l’umano e il divino, siamo noi, ci rappresenta nel bene e nel male, quale mezzo col quale comunichiamo col Mondo. Infatti la fonazione è una funzione importantissima che coinvolge in modo diretto o indiretto quasi tutto il corpo.

I muscoli addominali ad esempio influenzano anche muscoli lontani, come quelli del collo.  Parlare è il ponte verso l’altro, verso l’ambiente che ci circonda, Attraverso il parlare affermiamo chi siamo, cosa proviamo dal punto di vista emotivo, cosa vogliamo, cosa desideriamo dare e ricevere.

La voce è quindi un potente mezzo anche per esprimere sentimenti, tra cui le paure. Le emozioni  si annidano (come un centro di energia) nei muscoli dell’addome e nel plesso solare (collocato al di sotto del diaframma).

Alzi la mano chi non ha mai avuto paura di parlare in pubblico, chi non abbia avuto esitazioni almeno una volta nella vita, o angosce nel parlare in alcune situazioni.

Ci sono poi problemi delicati e specifici, come la balbuzie, che esprimono conflitti profondi e ambivalenti utilizzando il linguaggio come “messaggero” di disperate  richieste affettive e come mancata accettazione di un certo tipo di realtà esterna.

In Italia il fenomeno (di natura psicologica e relazionale) è preda di un business scandaloso da parte di fantomatici guaritori che promettono miracoli in due settimane, senza nulla capire né del sintomo né della causa.  

Per quanto mi riguarda, ho conosciuto dei professionisti seri a Roma (Giacinto Piunno) e a Milano (Enrico Caruso) che, senza atteggiarsi a “maghi”, aiutano le persone a risalire la china e a liberarsi della loro difficoltà.

Ma i problemi psicologici legati alla voce sono tantissimi: ad esempio l’esporsi al public speaking da parte dei professionisti (conferenzieri, dirigenti etc..). Negli Stati uniti è un dramma: le persone  sono terrorizzate dal parlare davanti agli altri. Da noi, va un pochino meglio, dato che a scuola i ragazzi vengono interrogati spesso.

Insomma, la voce intesa come croce e delizia, crocevia del nostro essere e fiore che merita di sbocciare in ognuno di noi,  attraverso l’amore e l’accettazione, per realizzare pienamente ciò che siamo, aprendosi all’altro, senza temerne il confronto, affinché il rapporto con l’interlocutore sia fonte di gioia e di scoperta, e non di pericolo.

Andrea Scotto – Andrea Scotto Giornalista, editore, avvocato, narratore, imprenditore, viaggiatore e traduttore. Dal 2006 al 2017 ha pubblicato in proprio una rivista di diritto amministrativo in versione cartacea e online. Info: https://voicesearch.travel/author/andrea-scotto/