Balbuzie: come riconoscerla

Dai 18 mesi in poi, è facile che il bambino possa presentare un lin­guaggio quasi simile a quello del soggetto disfluente, oppure dopo un periodo di normofluenza potrebbero comparire i primi blocchi. Que­sta prima forma di balbuzie definita primaria,  fisiologica o transitoria, è caratte­rizzata da prolungamenti o ripetizioni di fonemi, dove non appare al­cuno sforzo,  o consapevolezza della difficoltà fonica. Questa prima fase è riscontrabile in molti bambini al di sotto dei tre anni, e nella maggioranza dei casi tende a dissolversi nel tempo. A questa età il sintomo può manifestarsi subito dopo la comparsa delle prime parole, oppure dopo un periodo,  nel quale il linguaggio acquisito non sembrava compromesso.

Quando la balbuzie continua al di sopra dei quattro anni, questa manifestazione può già considerarsi come segnale d’allarme sul quale intervenire. Dai quattro ai sei anni si struttura la balbuzie secondaria (PDS), la quale tendenzialmente è più favorevole alla croniciz­zazione.

In questo tipo di balbuzie,  blocchi e prolungamenti delle sillabe ap­paiono più frequenti e sono maggiormente intrisi d’ansia, spesso accompa­gnati da sintomi somatici  e da reazioni emotive.

Nella balbuzie secondaria il bambino non riesce a controllare il tono muscolare dell’apparato fonico, presentando una certa distorsione della voce e dell’articolazione. La tensione muscolare appare visibile attraverso blocchi e ripetizioni del fonema. L’infante si sforza in tutti i modi per evitare lo spasmo e l’eventuale blocco.

Erica Weir e Sonya Bianchet [1] sostengono che circa  l ‘ 85% dei bambini, con età compresa tra i  2 e i 6, normalmente incontrano difficoltà, o strappi nel loro linguaggio fluente,  per poi  passare ad un periodo di  disfluenza che tocca circa il  10% dei bambini in età pre-scolare. 

Per le due autrici l’eziologia ed i meccanismi della  disfluenza sono complicati: in generale, si segnala una mancanza di coordinazione fra l’intenzione linguistica e l’articolazione  motoria del linguaggio. 

I modelli ed i comportamenti che potrebbero segnalare un maggior rischio di balbuzie tendente alla cronicizzazione sono: ripetizioni, suoni prolungati, esitamenti, o quando il bimbo  dice “non riesco a  dirlo”.

Quando la balbuzie persiste al di sopra dei quattro o cinque anni, è molto difficile predire se effettivamente questa si dissolverà nel tempo.

E’ nostro parere comunque, che si debba intervenire precocemente con la com­parsa delle prime avvisaglie, al fine di evitare l’instaurarsi di un peri­coloso circolo vizioso, che potrebbe durare tutta la vita. Il tratta­mento potrebbe essere proposto già al di sotto dei sei anni, prima che il bambino si confronti con la realtà scolastica.

All’interno di una diagnosi precoce,  gli elementi psicologici predittivi, quali indici premonitori;  che potrebbero favorire la cronicizzazione del problema sono:

  • difficoltà nella codifica fonologica,
  • malattie e problemi neurologici presentati alla nascita,
  • difficoltà nello sviluppo linguistico e metalin­guistico,
  • problemi nell’ evoluzione motoria, percettiva, intellettiva ed affettiva,
  • difficoltà nell’ ac­quisizione delle abilità di base per discriminare e riconoscere gli oggetti (meccanismi importanti per lo sviluppo dell’attenzione, me­moria e apprendimento), 
  • incapacità di giocare e di relazionarsi con gli altri,
  • alto tasso di conflittualità all’interno della famiglia,
  • aspetti educativi confusi,
  •  difficoltà di  adattamento  all’asilo o all’impatto  scolastico,
  • presenza di disturbi dell’apprendimento,
  • eccessivo  tasso di ansia e di aggressività,
  • enuresi e/o encopresi,
  •  eccessiva dipendenza dall’adulto,
  • mancanza di autonomia rispetto alla propria età,
  • presenza di altri sintomi psicosomatici,
  • difficoltà nell’area dell’alimentazione e del sonno,
  • ed infine presenza di  disturbi del comportamento e della con­dotta.

[1] Weir E., Bianchet S., Developmental dysfluency: early intervention is key, CMAJ • June 8, 2004; 170 (12). doi:10.1503/cmaj.1040733.,  2004 Canadian Medical Association