Perché alcuni bambini che iniziano a balbettare guariscono spontaneamente, mentre per altri il disturbo diventa cronico? Rispondere a questa domanda è l’obiettivo del Purdue Stuttering Project, un ambizioso studio che segue i bambini per cinque anni per identificare i “segnali spia” della balbuzie persistente.
In laboratorio con Pingu: studiare il cervello in relax
La ricerca inizia con un approccio molto sofisticato. Per capire come si sviluppa il cervello dei bambini di 4 e 5 anni, i ricercatori utilizzano l’EEG (Elettroencefalogramma), una tecnica che registra l’attività elettrica dei neuroni tramite una speciale “cuffietta” con elettrodi.
Ma come si convince un bambino così piccolo a stare fermo e rilassato durante un esame del genere? La soluzione è Pingu. Mentre i ricercatori registrano le onde cerebrali, i bambini guardano le avventure del celebre pinguino.
L’uso di Pingu non è casuale: il cartone è coinvolgente, ma soprattutto utilizza il “pinguinese”, una lingua inventata. Questo permette agli scienziati di osservare come il cervello elabora stimoli sonori e visivi senza le interferenze tipiche della comprensione di un linguaggio complesso. Insieme all’EEG, vengono registrati anche i minuscoli movimenti dei muscoli del viso, creando una mappa completa di come il sistema nervoso si prepara alla parola.
La scoperta chiave: il test del ritmo
Dopo aver inquadrato l’attività cerebrale, lo studio si è concentrato su una prova pratica che ha rivelato dati sorprendenti: il battito delle mani.
Ai bambini è stato chiesto di seguire il ritmo di un metronomo battendo le mani. Dopo circa 15 battiti, il metronomo veniva spento e i bambini dovevano continuare a mantenere lo stesso ritmo da soli.
I risultati del primo anno parlano chiaro:
- I bambini con linguaggio fluido sono molto precisi (variabilità tra il 5% e il 13%).
- Al contrario, il 60% dei bambini che balbettano ha mostrato una variabilità enorme, tra il 15% e il 32%.
Anche se entrambi i gruppi tendevano ad accelerare un po’ senza il supporto del suono, la maggior parte dei bambini che balbettano è risultata “fuori tempo” rispetto ai coetanei.
Cosa significa per il futuro?
Questa scoperta suggerisce che la balbuzie non è solo un problema di “parole incastrate”, ma potrebbe dipendere da una scarsa precisione dei circuiti cerebrali che gestiscono il tempo (timing motorio).
Lo studio della Purdue University continuerà a seguire questi bambini per capire se chi ha mostrato questa difficoltà nel ritmo motorio è proprio chi svilupperà una balbuzie cronica. Se questa ipotesi venisse confermata, in futuro basterebbe un semplice test del ritmo e un video di Pingu per identificare precocemente i bambini a rischio e intervenire subito con le terapie più efficaci.
Fonte: https://www.stutteringhelp.org/searching-predictors-chronic-stuttering


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